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Sepolti vivi - Memorie dalla mieniera

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Siamo nel ’36, alle porte della seconda Guerra Mondiale. Siamo nell’Italia autarchica di Mussolini dove c’è bisogno di tutto quello che il territorio può dare alla nazione. Siamo nella Piana di Luni. Un luogo che d’improvviso si scopre essere molto prezioso, perchè qui è possibile estrarre la lignite, un parente povero del carbone, che serve però a mandare avanti il cuore della nazione. L’industria.Un carro scorre sullo sterrato della pigra Aurelia, all’orizzonte un’inconsueta macchina, qualche cavallo, pochi a dire il vero, e radi viandanti; da un lato della strada case e campi coperti da un nero persistente, dall’altro verde terreno incorniciato dal mare. Questo era probabilmente il paesaggio che avrebbe visto un ipotetico passante dell’epoca, quello delle miniere che dal 1936 al 1953 stravolgono la vita e l’orizzonte di quella che prima era una provincia che viveva d’agricoltura. Così i campi diventano pozzi, e i contadini dei minatori di quella madre matrigna che dispensa speranza e uccide: la miniera. C’è la guerra e l’imperativo è produrre! E si produce allo stesso modo in cui si muore: senza ritegno, senza regole. Nei fatti, se l’industria ne trae benefici enormi, i minatori muoiono sfruttati, scavando affogati nel loro stesso sudore, quando Francesco Petacco - Narratorenon schiacciati dai metri di terra che li separano dal cielo. Questa è la vita nei pozzi: un giorno dopo l’altro, un metro dopo l’altro, chini a raschiare le viscere della terra in cunicoli troppo stretti, troppo caldi e con poca, se non nessuna, osservanza di costose norme di sicurezza, utili “solo” a preservare la vita dei minatori e la longevità della miniera, inutili per una società che guardava al profitto e pagava a metri d’avanzamento: almeno uno al giorno. Incendi, esplosioni, cedimenti e frane erano la normalità, come la morte.“Sepolti Vivi” non è un evento, e non è nemmeno un racconto; è una storia vera. E’ così, infatti, che i giornali dell’epoca definiscono quel “fiero manipolo d’eroi” che, per protesta, nel ’53 decidono di scendere nei pozzi per non risalire più, sino a quando il governo non gli darà ascolto. 21 persone che passeranno 18 giorni nelle viscere della terra. Oggi, in un certo senso, li riportiamo alla luce.

anno: 2007

Ultimo aggiornamento Martedì 16 Agosto 2011 16:56  

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